“Vogliono cancellare i popoli indigeni”. Intervista esclusiva alla figlia di Berta Cáceres

 

di Luca Martinelli – altreconomia.it — 23 settembre 2016

“Giustizia, per noi, non è solo incarcerare una persona, ma arrivare a determinare qual è la struttura criminale che ha reso possibile uccidere mia madre”. Parla Bertha Isabel Zuniga Cáceres, figlia della leader indigena hondureña, Goldman Prize 2015, assassinata nella notte tra il 2 e 3 marzo 2016 nella sua casa. Dal 30 settembre sarà in Italia

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Bertha Zuniga interviene durante una manifestazione in ricordo dalla madre, Berta Cáceres, leader del COPINH assassinata nella notte tra il 2 e il 3 marzo. Foto: Keith Lane / Oxfam America

 

 

Bertha Isabel Zúniga Cáceres ha 26 anni e porta il nome di sua madre, Berta Cáceres, la leader indigena hondureña uccisa nella sua casa di La Esparanza nella notte tra il 2 e il marzo scorso. Meno di un anno prima era stata premiata, negli Stati Uniti, con il Goldman Prize, il Nobel alternativo per l’ambiente: un riconoscimento per la lotta contro la diga Agua Zarca, un progetto dell’impresa Desarollo energetico S. A. (DESA), in costruzione sul rio Gualcarque, nel dipartimento di Intibucá, dove la donna viveva.
Da quasi sette mesi, insieme ai suoi fratelli, pretende giustizia, e lo ha fatto di fronte al Parlamento europeo, al Congresso degli Stati Uniti, riunendosi con l’Organizzazione degli Stati americani.
Dal 30 settembre al 10 ottobre sarà anche in Italia: parteciperà al
Festival di Internazionale (sabato 1° ottobre alle 16.30, intervistata da Altreconomia) e all’incontro “Coltiviamo comunità, reti e territorio” promosso dal Collettivo Italia Centro America presso Mondeggi, a Firenze (dal 7 al 9 ottobre).

A 7 mesi dall’omicidio di tua madre, e nonostante l’arresto dei presunti esecutori materiali, la tua famiglia continua a chiedere “giustizia”. Perché?
BZ Le indagini fin dal loro avvio hanno visto una serie di irregolarità che oggi fanno sì che la nostra famiglia non abbia fiducia del lavoro che stanno facendo le istituzioni hondureñe. Sono le irregolarità che ha denunciato fin dall’inizio anche il testimone oculare Gustavo Castro, e che noi abbiamo reiterato, a partire dal tentativo di incolpare membri del COPINH, l’organizzazione indigena e popolare che mia madre aveva contribuito a fondare e coordinava.
Non è facile determinare se effettivamente le quattro persone arrestate siano gli autori materiali del delitto, ma non abbiamo dubbi sul fatto che alla pianificazione dell’omicidio abbiano partecipato tanto DESA quanto l’esercito hondureño (tre dei quattro arrestati lavorano infatti alle dipendenze della società che sta realizzando la diga di Agua Zarca, contro cui si è mobilitato il COPINH, l’altro è un militare, ndr). È per questo che ancora oggi denunciamo il fatto che non ci siano indagini adeguate per arrivare a stabilire chi sia il mandante dell’omicidio: questo ci preoccupa.
Giustizia, per noi, non è solo incarcerare una persona, ma arrivare a determinare qual è la struttura criminale che ha reso possibile uccidere mia madre. Per far questo, dovrebbero essere passati in rassegna tutti gli atti di persecuzione giudiziaria e non verso mia madre e nei confronti di tutto il COPINH, che è un organizzazione importante che da oltre vent’anni lotta contro i maggiori interessi politici ed economici nel nostro Paese.
La giustizia implica molto di più di quello che potrà offrirci lo “sguardo ristretto” di un pubblico ministero: non possiamo aver fiducia, infatti, nel fatto che le istituzioni hondureñe investighino se stesse; perché in questo caso sarebbero giudici e allo stesso tempo parte del caso. Sappiamo di vivere sotto un governo dittatoriale, che si è instaurato a seguito di un colpo di Stato, quello del giugno 2009, e che ha promosso in ogni modo gli investimenti stranieri, che ha garantito le concessioni per la realizzazione dei progetti che oggi sono arrivati alla fase di implementazione, e che stanno causando la repressione nei confronti dei movimenti sociali di protesta, con la morte di numerosi attivisti. È questo che non ci permette di avere fiducia: chi governa è di fatto il promotore di questo “modello di sviluppo”, e non è possibile che ne possano affrontare in modo adeguato le conseguenze.

La Relatrice Onu per i diritti dei popoli indigeni ha reiterato al governo hondureño la richiesta di garantire l’accesso agli atti a una Commissione internazionale di esperti indipendenti. Che ruolo potrebbe avere?
BZ Potrebbe aiutarci a determinare la forma in cui si coordinano il governo, le imprese e le forze repressive dello Stato, ma anche gruppi paramiliari che operano nell’area del rio Gualcarque per garantire, anche con l’uso della forza, la realizzazione del progetto. È importante determinare il modus operandi di questi imprese, e non crediamo che il governo hondureño possa farlo: è per questo che chiediamo una Commissione di esperti indipendenti.

Un rapporto di Amnesty International dedicato a Honduras e Guatemala, sottolinea come nel tuo Paese dopo il Colpo di Stato del 2009 sia iniziata una fase di criminalizzazione dei movimenti sociali e di tutela dell’ambiente. Che cos’è cambiato?
BZ Il COPINH è stato perseguitato anche prima del colpo di Stato, alcuni suoi attivisti arrestati. Oggi, però, con l’omicidio di una delle leader più importanti non solo della nostra organizzazione ma di tutto il popolo lenca, si vuole portare un’aggressione definitiva: la fase che stiamo vivendo è molto pericolosa, la definirei una strategia di contro-insurrezione, nella quale anche il governo degli Stati Uniti ha e ha avuto un ruolo. Nonostante questo, non abbiamo intenzione di fermarci.

Nel 2015, ricevendo il Goldman Prize, tua madre spiegò in modo chiaro che la lotta per difendere il rio Gualquarque della diga non era guidata solo da ragioni di carattere ambientale. Che cosa rappresenta l’acqua di quel fiume per il popolo lenca?
BZ Credo che questa battaglia contro il progetto Agua Zarca sia una lotta tra cosmovisioni: quella occidentale, e capitalista, vede nel fiume una fonte per la produzione di energia da vendere alle imprese e rispondere alla richiesta di elettricità della grande industria; questa idea, però, si scontra con quella che vede nel fiume un fattore vitale nella vita della comunità, per garantirne la sopravvivenza e la nostra forma di vita.
È ancora più importante, però, sottolineare che il fiume rappresenta -per i lenca- qualcosa di sacro, e questo credo sia un carattere impossibile da spiegare alle imprese come DESA o alle banche che finanziano il progetto. Corriamo il rischio di perdere la nostra identità come popolo; vogliono cancellare il nostro modo di pensare perché non è redditizio per il sistema capitalista.

Da marzo in poi tu e i tuoi fratelli avete presenziato ad incontri ufficiali, in Europa e in America, e avete viaggiato molto per tessere reti di solidarietà. Credi che l’omicidio di tua madre abbia contribuito ad aprire gli occhi del mondo sulla situazione che vive l’Honduras? Pensi che la giustizia arriverà?
BZ Dopo il colpo di Stato del 2009 nel Paese si è rafforzato un modello estrattivista, di sfruttamento delle risorse, che oggi si sta “concretizzando” con la realizzazione dei progetti oggetto di concessione. L’omicidio di mia madre evidenzia la grave situazione che c’è nel Paese, e che ha superato ogni limite, almeno per quanto riguarda il rispetto dei diritti fondamentali dei popoli indigeni e dei movimenti sociali. Crediamo, così, che ci offra un’opportunità per evidenziare tutto questo. Ritengo importante, perciò, che ogni volta che si parla di Bertha Cáceres lo si faccia inserendo il “caso” all’interno del contesto in cui viveva, perché se ciò non avviene è molto facile far passare questo crimine come un episodio, un fatto isolato. Si tratta, invece, di un caso emblematico, che descrive però un aspetto ricorrente nella vita del Paese. I movimenti e le istituzioni internazionali possono e devono continuare ad appoggiare la nostra battaglia per la giustizia, che sarà molto difficile, se non impossibile. Noi però ci crediamo, ancora, e faremo in modo che accada.


IN DETTAGLIO
Il caso “Agua Zarca” alle Nazioni Unite
“Sostengo la richiesta della famiglia di Berta Cáceres e quindi l’esigenza di una Commissione internazionale, guidata dalla Commissione interamericana per i diritti umani, che possa monitorare le attività investigative poste in essere dalle autorità nazionali”. A Ginevra, il 20 settembre scorso, Victoria Tauli-Corpuz, Special Rapporteur on the Rights of indigeno peoples delle Nazioni Unite, ha presentato con queste parole al Consiglio per i diritti umani dell’ONU il rapporto della sua missione in Honduras. In merito al progetto idroelettrico Agua Zarca, nel report Tauli-Corpuz  invita a “considerare in modo serio la possibilità di revocare il contratto a favore di DESA, e ogni licenza e permesso relativa al progetto”.

Tauli-Corpuz sottolinea un ulteriore aspetto, e rivolge un appello alle banche che hanno sostenuto il progetto, FMO (olandese), Finnfund (finlandese) e Banca centroamericana per l’integrazione economica: “Gli istituti finanziari devono essere coscienti delle proprie responsabilità, nell’aver mantenuto relazioni commerciali con un’imprese implicata in atti che costituiscono delitti e gravi violazioni dei diritti umani. Anche prima dell’omicidio di Berta Cáceres c’erano state minacce, aggressioni ed assassini commessi da parte di agenti militari, persone legate all’imprese o simpatizzanti del progetto. È preoccupante che nonostante questa situazione, le banche non abbiano mai messo in discussione il proprio sostegno al progetto”.

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